Luciano Ponzi ci ha aperto le porte del suo studio a Brescia 2. Un lavoro molto lontano dalle cronache il suo e che in questo periodo di crisi ha subito notevoli mutazioni: i casi di corna diminuiscono, mentre aumentano le richieste di prove di un tradimento per abbassare i costi degli assegni di mantenimento

NON INDOSSANO più trench beige né portano lenti d’ingrandimento nel taschino, ma gli Sherlok Holmes del nuovo millennio hanno lo stesso romantico fascino e quell’alone di mistero che ha consacrato gli investigatori privati nel cinema e nella letteratura. Luciano Ponzi, classe 1971, è uno dei membri della dinastia di investigatori più nota e longeva d’Italia. Figlio di Vittorio Ponzi, nipote di Tom, l’arte dell’investigazione ce l’ha nel Dna. «Tutto inizia con mio nonno Francesco – racconta seduto nel suo ufficio di Brescia 2 – che lavorava come ispettore del dazio». A inizio anni ‘50, Tom apre la prima agenzia investigativa, la Mercurius, insieme al più giovane dei suoi 7 fratelli, Vittorio. Inizia così una storia che dura fino a oggi. Vittorio, nel 1958, arriva a Brescia per amore, e apre l’Istituto Internazionale Ponzi.

La collaborazione con il fratello Tom, che nel frattempo ha intrapreso lo stesso lavoro, è attiva. Anzi, proprio alla sede bresciana vengono demandati i casi più complicati. Unico neo, nella gloriosa storia dei Ponzi, il caso di Miriam, figlia di Tom, che nel 1992 apre la sua agenzia, usando a larghe mani il nome del padre. Un mese fa, però, per lei sono scattate le manette per bancarotta fraudolenta. La storia ha danneggiato l’immagine della famiglia. «Abbiamo pagato la colpa, se così si può dire, di non aver mai fatto noi una distinzione così ferma tra noi e lei. E’ nostra cugina, ma non c’è mai stato nessun tipo di rapporto commerciale con lei: confidiamo nella magistratura. Quello che ci ha inculcato papà Vittorio è la fermezza e l’onestà». Essere riconosciuti come integerrimi, del resto, non è un vezzo, ma un aspetto fondamentale del lavoro di investigatore. «Chi si rivolge a noi, deve vincere un grande scrupolo, ovvero parlare con un estraneo dei proprio problemi. Per fidarsi, deve avere una buona opinione di te: se ritiene che non sei moralmente integerrimo, riservato, non bussa neanche alla porta».

Neanche la crisi ha fermato il lavoro di Luciano, che, dal 1998 ha istituito con i fratelli Franco e Paola il Gruppo Ponzi Investigazioni. «Fino agli anni ‘90, ci si rivolgeva all’investigatore privato per scoprire i tradimenti. Poi le aziende hanno iniziato ad interpellarci». Oggi, il 30% dei clienti sono privati, il 70% aziende. «La crisi ha cambiato le richieste. Ai privati, prima interessava solo sapere se c’era il partner era infedele, ora ci chiamano per rivedere l’assegno di mantenimento, perché se il tradimento avviene in luogo pubblico può essere chiesto il danno biologico al coniuge».

Le aziende, invece, che prima si rivolgevano all’investigatore soprattutto per controspionaggio e antisabotaggio, oggi chiedono un aiuto per il recupero crediti, per smascherare i dipendenti infedeli e bonifiche ambientali anti-intercettazioni. Se la tecnologia, soprattutto il Gps, ha migliorato il modo di lavorare, è l’intuito l’arma vincente dell’investigatore. «Serve passione per la verità, talento innato, anche sesto senso, cosa che hanno soprattutto le donne, che sono molto brave. Il mio caso più difficile? In generale, le storie di tradimenti. Gli amanti ti sfiancano, cambiano macchina, chiedono all’amico di fare controspionaggio. E’ più ingarbugliato svelare un’infedeltà che un ladro».

LE GRANE
L’abusivismo e la legislazione: quanti problemi

IL NEMICO numero uno dei professionisti dell’investigazione privata? Gli abusivi, ovvero gente che si improvvisa detective per arrotondare, tra cui anche qualche agente delle forze dell’ordine, che, tolta la divisa, si presta a fare pedinamenti. Per combattere abusivi e azzeccagarbugli, la Federpol, Federazione italiana investigatori privati chiede da tempo un albo. Per la verità, il decreto ministeriale 269 del 2010 ha già fatto un po’ di ordine. Se prima i requisiti base per fare l’investigatore privato erano la buona condotta e la moralità, ora occorre come minimo una laurea, più un periodo di praticantato. Il decreto ha fatto più chiarezza anche sull’uso dei collaboratori: niente più freelance, che collaborano con varie agenzie, ma è obbligatorio un contratto di subordinazione. «Noi non abbiamo mai usato freelance – precisa Ponzi – per una questione di correttezza. La laurea? Mi sembra una cosa positiva». L’abusivismo non è però l’unico nodo da sciogliere. «Nel fare le indagini – continua Ponzi – abbiamo molti paletti. Ad esempio, nell’ambito di un processo, potremmo essere ingaggiati dagli avvocati difensori per vagliare il lavoro svolto dalla polizia. In pratica, però, siamo soggetti al controllo proprio della polizia amministrativa: è un gatto che si morde la coda. Per questo, la Federazione si batte per passare dal controllo del Ministero degli Interni a quello della Giustizia.

Fonte: “il Giorno” DOMENICA 25 NOVEMBRE 2012 – a cura di: Federica Pacella


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