Il patto di non concorrenza è un sistema di protezione del segreto aziendale, di brevetti e conoscenze acquisite all’interno di un’azienda. In caso di violazione è possibile proteggere la propria impresa dimostrando che il dipendente/socio ha violato il patto. Ecco come.

L’obbligo di fedeltà
All’interno di un’azienda, in particolare se la stessa lavora sfruttando potenzialità derivanti dalla ricerca eseguita nei propri laboratori, come possono essere aziende che operano nel settore chimico-farmaceutico, o che hanno laboratori di pasticceria o sono titolari di brevetti, è molto importante la fedeltà di dipendenti ed ex dipendenti, perché la divulgazione dei segreti di cui si viene a conoscenza nello svolgimento delle proprie mansioni può mettere a dura prova la solidità economica dell’azienda stessa. Ecco perché nel rapporto di lavoro con il dipendente opera in modo automatico l’obbligo di fedeltà, cioè senza bisogno di uno specifico accordo tra le parti. Lo stesso è disciplinato dall’articolo 2105 del codice civile. Questo stabilisce che il prestatore di lavoro non può trattare per conto proprio e di terzi affari in concorrenza con l’azienda di cui è dipendente. L’articolo 2105, come detto, opera automaticamente e quindi il lavoratore può essere sanzionato nel caso in cui durante il rapporto di lavoro riveli a terzi i segreti di cui si è conoscenza a causa delle mansioni, in modo che questi possano essere sfruttati dai concorrenti per portare via clienti o comunque avvantaggiarsi dell’attività di ricerca e del know how dell’azienda. L’infedeltà del dipendente deve comunque essere provata.

Cos’è il patto di non concorrenza
Diverso dall’obbligo di fedeltà è il contenuto dell’articolo 2125 del codice civile che contiene il patto di non concorrenza del dipendente, successivo rispetto alla cessazione del rapporto di lavoro. Lo stesso implica che il socio, dipendente, collaboratore, in seguito al venir meno del rapporto che lo legava all’azienda è tenuto a non divulgare i segreti aziendali e a non lavorare in aziende concorrenti. Il patto può prevedere anche il divieto di intraprendere in proprio un’attività nello stesso settore.

Limiti al patto di non concorrenza: forma scritta
Qualunque sia il motivo per il quale il rapporto di lavoro o collaborazione viene meno, non si può mortificare eccessivamente la professionalità del dipendente che, avendo acquisito anche con impegno delle competenze e un’elevata professionalità, deve essere messo nelle condizioni di poter ottenere un nuovo lavoro o comunque estrinsecare la propria personalità in attività lavorative confacenti rispetto alla sua preparazione. Proprio per questo la legge stabilisce che il patto di non concorrenza del dipendente abbia dei limiti. Lo stesso deve risultare da atto scritto, quindi il datore di lavoro per far valere il suo diritto non può richiamare un patto avvenuto tra le parti in forma orale. Il patto di non concorrenza può essere contestuale alla stipula del contratto di lavoro, oppure può essere successivo. Ad esempio il datore di lavoro, accortosi che il proprio dipendente è intenzionato ad andare via, può decidere di fargli sottoscrivere il patto di non concorrenza, oppure, in un primo momento ritiene che la posizione del lavoratore sia tale da non poter venire a conoscenza di segreti aziendali che se rivelati a terzi potrebbero portare difficoltà economiche, ma in un secondo momento cambiano le mansioni e quindi ritiene opportuno stipulare un patto di non concorrenza.

Limiti: durata del patto di non concorrenza
Si è già anticipato che le prospettive di lavoro del dipendente non possono essere mortificate per un tempo indeterminato, e per tutelarlo la legge stabilisce che il patto di non concorrenza debba avere dei limiti temporali. È previsto il limite di 5 anni per coloro che in azienda avevano ruoli dirigenziali e 3 anni per gli altri dipendenti. Il patto di non concorrenza, al fine di non incorrere nel vizio di nullità, deve anche prevedere dei limiti territoriali, ciò vuol dire che al lavoratore viene vietato di divulgare segreti aziendali, di lavorare in aziende concorrenti, oppure iniziare un’attività imprenditoriale nello stesso settore solo in un ambito territorialmente definito. L’estensione del vincolo territoriale deve essere determinata tenendo conto del raggio di azione dell’azienda di provenienza. Ad esempio, una pasticceria che ha un’utenza specifica e territorialmente delimitata, potrà proporre un patto di non concorrenza delimitato proprio a tale area, quindi il dipendente potrà andare a lavorare in altra pasticceria, in un’altra zona, oppure aprirne una in proprio, distante rispetto alla precedente.

Il compenso per il patto di non concorrenza
L’articolo 2125 del codice civile stabilisce anche un compenso in favore del dipendente. Lo stesso deve essere determinato avendo in considerazione al limite stesso, è nullo il patto che dovesse prevedere una remunerazione solo simbolica. Questa è stabilita in base allo stipendio, alla durata temporale e territoriale del limite imposto e alla professionalità del dipendente. Deve essere sottolineato che il patto di non concorrenza può essere stipulato anche tra soci al momento di cessione delle quote societarie. In questo caso la giurisprudenza ritiene che il compenso possa essere compreso nel prezzo di cessione delle quote, che quindi risulterà maggiore rispetto al valore nominale delle stesse.

Violazione del patto di non concorrenza tra aziende
Finora si è parlato del patto di non concorrenza a protezione del segreto aziendale e quindi della sua solidità economica. Chi propone un patto ex articolo 2125 del codice civile è interessato a non vedersi distrarre la clientela da parte di aziende concorrenti che magari non hanno investito in ricerca. Cosa succede però in casi di violazione del patto di non concorrenza? La prima cosa da dire è che spetta al datore di lavoro provare che il dipendente o l’ex dipendente sta violando tale divieto. Questo vuol dire doversi procurare delle prove attendibili e solide della violazione stessa. A Milano, è possibile rivolgersi all’agenzia investigativa Ponzi Luciano specializzata proprio in questo settore. Milano d’altronde è la capitale economica del Paese, qui sono presenti molte aziende che lavorano a livello internazionale e investono notevoli risorse in ricerca. Proprio queste sono più vulnerabili perché rischiano frequentemente di essere sabotate e di perdere importanti occasioni a causa del comportamento scorretto di dipendenti, ex dipendenti e aziende concorrenti.

Come provare la violazione del patto
I dipendenti che conoscono i segreti aziendali sono solitamente quelli posti ai vertici, proprio costoro sono anche particolarmente abili, quindi sanno bene che stanno compiendo un atto di particolare gravità e pongono in essere delle attenzioni tendenti ad evitare che il datore di lavoro possa accorgersi delle azioni poste in essere a suo danno. L’agenzia investigativa Ponzi Luciano mette in atto in modo discreto delle attività volte a scoprire se il dipendente, o ex dipendente, incontra di nascosto i vertici di aziende concorrenti, se attraverso intermediari fornisce documenti o altro materiale che può essere utilizzato in danno all’azienda presso la quale lavora o ha lavorato. Un caso simile è stato trattato dall’agenzia investigativa Ponzi Luciano, infatti il cliente era un’azienda specializzata nel settore chimico e aveva notato che l’azienda concorrente riusciva ad essere sempre un passo avanti rispetto ad attività di ricerca condotte nella propria società. Insospettito dalla strana coincidenza ha contattato l’agenzia investigativa che ha provato in modo inequivocabile il coinvolgimento di un dipendente in azioni di concorrenza sleale. Ovviamente nessun dipendente, socio o agente, incontrerà in luoghi “soliti” le aziende concorrenti, ed è proprio qui l’abilità dell’agenzia investigativa che deve riuscire a documentare in modo certo l’attività di sabotaggio, in modo che dalla documentazione sia ricavabile per il giudice una prova certa. L’azienda danneggiata infatti potrà vedersi riconosciuto il risarcimento del danno derivante dalla concorrenza sleale, inoltre il patto di non concorrenza può prevedere autonomamente una penale da applicare nel caso di violazione. L’azienda danneggiata può anche chiedere un provvedimento di urgenza di tipo cautelare volto ad evitare maggiori danni che potrebbero derivare dal tempo necessario per espletare i vari gradi di giudizio ordinario. I provvedimenti cautelari vengono però concessi nel caso in cui il danno sia sufficientemente provato e sia anche dimostrato che un eventuale ritardo aggraverebbe ulteriormente la posizione dell’azienda tutelata, si parla in questo caso di “periculum in mora”. Ecco perché una preliminare attività di indagine svolta da professionisti qualificati è la soluzione migliore.

Se anche tu temi che dei dipendenti o ex dipendenti possano danneggiarti, non esitare e contatta l’agenzia investigativa Ponzi Luciano scrivendo a [email protected] per scoprire eventuali violazioni e tutelarti.

 
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